Giacomo Leopardi, “La quiete dopo la tempesta”

F G. 16 luglio 2009 0

Recanati, 1829 – “Piacer figlio d’affanno“: il verso riassume il significato recondito, spesso frainteso, di questa splendida poesia. Un verso che condensa incisivamente la filosofia esistenziale leopardiana. “Gioia vana, ch’è frutto del passato timore, onde si scosse e paventò la morte chi la vita abborria”. Questa lirica non è semplicemente una serie progressiva di quadretti lirici descrittivi che si limitano a rappresentare un paesaggio che “riprende fiato” dopo essere stato travolto e terrorizzato da una violenta tempesta. La lirica contiene la concezione leopardiana del piacere come “momentanea sospensione del dolore“. In realtà il puro piacere o la pura felicità non esisterebbero per il poeta recanatese ma sarebbero solo un’effimera parvenza insita nell’attesa. L’uniformità e la monotonia generano per Leopardi la noia mortale che lui definisce tedio. Un piacere ininterrotto e eterno genera, a lungo andare, uniformità e quindi noia. Il male diviene necessario per la sopravvivenza dello stesso bene. Nel video la poesia risulta essere incompleta. Il connubio immagine – verso è interessante ma potrebbe risultare fuorviante.

(…)i mali danno molto ai beni, e perché più si gusta la sanità dopo la malattia, e la calma dopo la tempesta(…)

httpv://www.youtube.com/watch?v=Z0fPnTbfEgc

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